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[tab_item title=”Militanza politica nel Novecento”]

A partire dal primo dopoguerra, la politica tende ad uscire dal suo alveo istituzionale e ad investire il “corpo sociale” delle nazioni, irradiandosi in profondità nella vita di milioni di individui. Nasce la cosiddetta politica ideologica, una realtà di tipo nuovo che affonda le sue radici nella Rivoluzione Francese e che è caratterizzata, da un lato, dal tentativo di interessare un numero crescente di uomini sino a giungere alla totalità della popolazione (in precedenza la politica era un “affare per pochi”), dall’altro, dal desiderio di occupare degli spazi sempre più ampi nella vita dell’individuo investendo non solo la sua attività pubblica ma anche i suoi spazi più intimi e privati. La politica diventa una religione civile e, come la religione, manifesta la pretesa di saper rispondere a domande di scopo e significato provenienti da un numero crescente di potenziali “fruitori”. Ad essa non si chiede più soltanto il raggiungimento di migliori condizioni economico-sociali o la difesa e il riconoscimento di questo o quel diritto, ma si domanda – più o meno consciamente – di saper intercettare bisogni diffusi tanto in ambito personale quanto in quello collettivo.

Lo spopolamento delle campagne, lo sradicamento dal vecchio tessuto sociale contadino e la repentina urbanizzazione che hanno investito l’Europa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno contribuito in maniera determinante a rendere più urgente questi bisogni: la modernizzazione, infatti, pur rappresentando un formidabile processo di liberazione dell’uomo – aumentando il benessere, sviluppando in molti paesi la libertà e la democrazia e rafforzando nella società e nello Stato la posizione delle classi lavoratrici – ha tuttavia messo in crisi il tessuto valoriale tradizionale determinando un vuoto identitario diffuso e creando sbandamento, frustrazione e ricerca di altri valori, soprattutto fra le generazioni più giovani. Le ideologie onnicomprensive proposte prima dal fascismo, poi dal comunismo, sembrano apparire quasi una scatola, un rifugio entro cui collocare, in un solido quadro di valori rassicuranti, le paure dell’oggi e le angosce per il domani, già percepito come necessariamente diverso dallo ieri. La politica, si potrebbe anche dire, diventa “psicologia”.

Il militante rappresenta il punto di soggettività di questa vicenda, il protagonista che attraverso l’impegno diretto pensa, progetta e opera per la modificazione dello “stato di cose” esistente. Sdegno, rifiuto e ribellione sono i primi passaggi di un percorso di politicizzazione delle soggettività che si sostanzia poi nelle grandi strutture ideologiche e organizzative. Non a caso, un tratto caratteristico della militanza politica novecentesca, indipendentemente dal contenuto ideologico che la sostiene, è proprio il suo perdurante afflato rivoluzionario, cioè la latente impossibilità di vivere il presente e il conseguente rifugio nel sogno di un mondo nuovo da costruire e in cui poter essere finalmente felici. Il presente è sempre identificato come un “nemico” da distruggere e superare per poter giungere alla creazione di una società nuova e perfetta (sia essa socialista o fascista), nella quale veder compiersi le proprie aspirazioni al mutamento e alla liberazione secondo forme di speranza di tipo messianico.

Durante il corso verranno affrontati gli snodi più significativi della militanza politica novecentesca, dapprima effettuando una disamina storico-diacronica per comprendere le fondamenta di un simile sviluppo, in un secondo tempo, analizzando da vicino le principali forme storiche di cui essa si sostanzia. Con l’ausilio di fonti dirette e indirette, nonché dei mezzi visivi e audiovisivi disponibili, l’obiettivo costante del corso sarà quello di avvicinare gli uomini del presente a quelli del passato (e viceversa), nella certezza che la storia non sia un ammasso indistinto di date e battaglie ma un terreno fecondo per conoscere l’uomo e la sua umanità.

 

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[tab_item title=”Attualità extra-europee: tra primavera araba e sviluppo dell’Asia”]

Le ondate migratorie di questi ultimi anni legate agli sconvolgimenti del Medio Oriente e del Nord Africa hanno portato nel nostro Paese testimonianze dirette di un mondo fino a pochi anni fa distante se non nemico. Le manifestazioni oceaniche in Egitto e Tunisia, la guerra in Siria, il pericolo Iraniano, non possono essere osservate solo attraverso l’occhio della politica o dietrologie da complotto internazionale. Essi sono strumenti troppo parziali che non aiutano a comprendere cosa si cela dietro la cultura araba, medio orientale e nord africana che da millenni è in costante rapporto con quella occidentale.

Attraverso approfondimenti storici, l’analisi dei fatti quotidiani e testimonianze di persone, il corso vuole offrire agli studenti gli strumenti per districarsi nelle complesse vicende del Medio Oriente e del mondo arabo musulmano.

Il corso inizierà con l’analisi dei fatti che hanno condotto alla primavera araba in Egitto, Tunisia, Libia e Siria, con alcuni affondi sulla guerra in Iraq e Afghanistan. Turchia, Iran, Israele e Paesi del Golfo Persico, Paesi attori nello scacchiere medio orientale avranno sezioni apposite. Il percorso si concluderà con alcuni approfondimenti particolari su Israele e Palestina, sulle relazioni fra musulmani e cristiani, e sulla nascita e lo sviluppo di al-Qaeda e dell’islamismo internazionale.
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